Da Miriam Cahn a Hito Steyerl, le mostre al MACRO di Roma nel 2026

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Da Miriam Cahn a Hito Steyerl, da Alessandro Sciarroni a Marialba Russo, il 2026 al MACRO a Roma, annuncia una programmazione – promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, e ideata dalla direttrice artistica Cristiana Perrella, in carica da maggio 2025 – tra grandi mostre personali, progetti di ricerca e collaborazioni istituzionali.
Grazie all’attenzione ricevuta e al successo di pubblico, la mostra UNAROMA viene prorogata fino al 3 maggio 2026, con l’aggiunta di tre nuovi appuntamenti di UNAROMA LIVE, in programma il 9, 16 e 23 aprile, con interventi rispettivamente di Giorgio Orbi, José Angelino e Simone Pappalardo, e Nico Vascellari.
Prorogata anche la mostra Abitare le rovine del presente, visitabile fino al 10 maggio.
Dopo una prima stagione che ha attraversato Roma come terreno di osservazione privilegiato – nelle sue stratificazioni temporali, sociali e disciplinari – nel 2026 il museo apre il proprio orizzonte a una dimensione più ampia e non tematica, fondata su proposte inedite e ricerche artistiche articolate in una pluralità di pratiche e posizioni, capaci di interrogare il presente attraverso grandi mostre personali, progetti di ricerca e collaborazioni istituzionali che rafforzano il dialogo tra il museo, la città e il contesto
internazionale.
La programmazione 2026 mette al centro artiste e artisti internazionali tra i più rilevanti della scena contemporanea, attraverso nuove produzioni e formati sperimentali, rafforzando il museo come luogo di presa di posizione poetica, attraversamento e confronto
pubblico.

“Il 2026 segna per il MACRO l’avvio di una nuova fase, che espande il lavoro del museo in una direzione più aperta e plurale – sottolinea Cristiana Perrella, direttrice artistica del MACRO – . Dopo aver iniziato la  programmazione della mia direzione attraversando Roma come campo di indagine esclusivo, oggi il museo si misura con una costellazione di pratiche e posizioni che interrogano il presente da prospettive diverse, mantenendo vivo l’impegno a raccontare e coinvolgere la scena creativa romana e a costruire comunità intorno a sé, ma anche esplicitando la sua vocazione internazionale. Se vogliamo cercare un filo che unisce le proposte di quest’anno è l’attenzione all’assottigliamento del confine tra pratiche creative differenti, tra diverse discipline e a lavori che non si limitano a rappresentare il reale ma lo interrogano e lo mettono in crisi. Quello che mi interessa è un museo che non semplifichi, ma che resti attraversabile: un luogo in cui la complessità non sia un ostacolo ma una condizione necessaria e stimolante”.
Il nuovo ciclo di mostre del MACRO parte il 29 aprile e si conclude il 30 agosto 2026 con una serie di progetti che segnano l’avvio del programma primaverile: Mechanical Kurds di Hito Steyerl, a cura di Alice Labor – installazione video realizzata nel 2025 e presentata per la prima volta in Italia – affronta i rapporti tra intelligenza artificiale, conflitti geopolitici e lavoro digitale; Uno, cinque, dodici. Ottant’anni del Premio Strega, mostra dedicata alla storia degli ottant’anni del Premio Strega, a cura di Maria Luisa Frisa e Mario Lupano, ripercorre la funzione esercitata dal riconoscimento letterario come sismografo e promotore dei mutamenti culturali e linguistici del Paese; SHE DEVIL, storica rassegna di videoarte tutta al femminile, nata nel 2006 da un’idea di Stefania Miscetti e ospitata per la sua nuova edizione nella nuova sala video del MACRO, è concepita come piattaforma aperta di confronto tra pratiche e ricerche internazionali. Infine, in linea con l’attitudine alla ricerca multidisciplinare del museo, la sala audio presenta un progetto dedicato alla voce di Amelia Rosselli, a cura di Andrea Cortellessa, dal titolo Amelia Rosselli, un canto nel suo spazio: un focus su una delle più grandi poetesse italiane del Novecento a trent’anni dalla morte.
Accanto alla programmazione espositiva, il MACRO conferma la propria attenzione alla dimensione del dibattito e della ricerca interdisciplinare, già sperimentata con la due giorni di convegno The Dream Syndicate, a cura di Carlo Antonelli e Valerio Mannucci. In questo contesto si inserisce Science Fashion.
Interazioni tra moda, scienza e nuove tecnologie, programma di incontri e workshop a cura di Dobrila Denegri, in programma dal 13 al 15 maggio. L’iniziativa riunisce alcune delle voci più innovative della ricerca internazionale nel campo della moda sperimentale per riflettere sui nuovi scenari aperti dall’intelligenza artificiale.
Il 28 maggio inaugura nella sala principale del museo la mostra personale di Miriam Cahn, a cura di Cristiana Perrella ed Elena Magini. La mostra si concentra sulla produzione degli anni Settanta di Russo, in un percorso che esplora la costruzione culturale del genere e la fluidità tra maschile e femminile. Il progetto avrà una sede parallela al MUCIV–Museo delle Civiltà di Roma per approfondire la ricerca di Russo più legata all’antropologia. A seguire, la mostra di Francis Upritchard e Martino Gamper, a cura di Cristiana Perrella, intreccia scultura e design con una serie di interventi site-specific diffusi negli spazi del museo.

A chiudere la stagione espositiva, a dicembre 2026, è infine un nuovo progetto di Alessandro Sciarroni, a cura di Cristiana Perrella ed Elena Magini, specificamente pensato per la sala principale del MACRO. Un elemento strutturale della programmazione 2026 è il consolidarsi di una modalità di lavoro fondata sulla collaborazione e sullo scambio. Dopo le esperienze maturate nel corso del 2025, tra cui UNAROMA – che ha coinvolto una rete ampia di realtà indipendenti del territorio – e la collaborazione con il progetto
Conciliazione 5 del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, il MACRO prosegue nel costruire relazioni con soggetti culturali, istituzionali e produttivi, attivi a Roma e in ambito nazionale e internazionale. Oltre la naturale partnership con Palazzo delle Esposizioni, nel nuovo anno saranno avviate collaborazioni con la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, organizzatrice con l’azienda Strega Alberti del Premio Strega, la Fondazione Paul Thorel e con il MUCIV–Museo delle Civiltà, che contribuiscono a definire un modello operativo basato sul dialogo tra istituzioni, sulla condivisione di
risorse e sull’ibridazione dei saperi e dei pubblici.
La programmazione si articola negli spazi del museo valorizzandone la pluralità architettonica e funzionale. Accanto alle mostre di maggiore scala, ospitate nella parte più recente dell’edificio, gli spazi dell’ex Birreria Peroni consolidano il proprio ruolo come piattaforma dedicata all’ascolto e all’immagine in movimento: la sala audio, la sala video e il nuovo cinema ampliano il raggio d’azione del MACROverso linguaggi e pubblici differenti, intrecciando arte contemporanea, cinema, suono e cultura visiva.
Nella parte storica del museo sono ospitate anche le presentazioni di nuovi lavori di artiste e artisti italiani e internazionali e progetti che favoriscono il dialogo delle arti visive con altri ambiti della creatività, dalla letteratura al cinema. È dunque attraverso una costellazione di pratiche che il MACRO, nel 2026, dà forma al proprio programma, mettendo in relazione linguaggi, generazioni e formati diversi, uniti dall’urgenza di interrogare il presente senza neutralità. Grazie a un’articolata proposta, il MACRO punta a diventare sempre più luogo di sperimentazione viva, capace di accogliere il conflitto, mettere in crisi i confini disciplinari e restituire il contemporaneo come esercizio continuo di complessità e pensiero critico.

“La programmazione 2026 conferma il MACRO come un’istituzione capace di tenere insieme visione artistica e responsabilità pubblica – dichiara Marco Delogu, presidente di Azienda Speciale Palaexpo –. Il museo non è solo un luogo di presentazione, ma uno spazio di produzione culturale che dialoga con la città e con il sistema internazionale. In questo senso, il MACRO opera all’interno della galassia dell’Azienda Speciale Palaexpo, integrando la propria programmazione in un ecosistema più ampio, in cui la vocazione alla sinergia e alla transdisciplinarietà è inscritta fin dalle sue premesse costitutive. Il lavoro avviato meno di un anno fa da Cristiana Perrella e inaugurato ufficialmente lo scorso dicembre trova oggi un suo primo stadio di maturazione: rafforzare le collaborazioni, ampliare i pubblici, costruire relazioni stabili con altre istituzioni significa rendere il museo più solido e, allo stesso tempo, più aperto”.
“Il MACRO è uno spazio di rigenerazione, un luogo ibrido che riesce ad attrarre la sua comunità di riferimento ma anche la cittadinanza tutta – sottolinea Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura del Comune di Roma –. In questi mesi, dalla riapertura, ha rafforzato la visione di una città contemporanea, in trasformazione, proiettata sullo scenario internazionale e ha consolidato, con la proroga delle due mostre UNAROMA e Abitare le rovine del presente, il suo ruolo di luogo partecipato, vissuto: come museo con le sue esposizioni, come sala cinema, come biblioteca, e in qualità di spazio per dibattiti sui quartieri romani e le loro esigenze e trasformazioni. Nel corso del 2026, il MACRO compie un altro grande passo: si pone al centro anche del dibattito culturale a livello nazionale, con un progetto sull’intelligenza artificiale e la geopolitica con l’artista e filmmaker Hito Steyerl, la collaborazione con la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci che porterà qui la mostra sugli 80 anni del Premio Strega, con progetti interdisciplinari che raccordano insieme arte, suono e letteratura, con la retrospettiva su Marialba Russo, in dialogo con il Museo delle Civiltà, solo per citare alcuni degli appuntamenti; ce ne sono tanti altri. Grazie alla direzione di Cristiana Perrella, il MACRO sta intessendo una forte rete di cooperazione con le altre istituzioni culturali, affronta il presente senza semplificarlo ma anzi lo rende attraversabile, si conferma uno spazio aperto in grado di connettere diversi linguaggi. La città ha bisogno di posti come il MACRO e siamo felici di aver contribuito e sostenuto la sua rinascita e quindi la presentazione di questa nuova stagione espositiva”.
BIOGRAFIE
Hito Steyerl (Monaco di Baviera, 1966) è un’artista, regista e teorica tedesca il cui lavoro esamina le relazioni tra immagine, potere e tecnologie contemporanee. Formatasi in cinema documentario e filosofia, dagli anni duemila ha sviluppato una pratica che fonde saggio visivo, videoinstallazione e speculazione critica. Il suo lavoro esplora la circolazione delle immagini nell’era digitale, l’automazione, la militarizzazione delle tecnologie e le infrastrutture invisibili che plasmano la percezione. Le sue ricerche sono state presentate a livello internazionale in numerose istituzioni, dalla Biennale di Venezia (2019) al Centre Pompidou di Parigi (2020) al Museo Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Seul (2022) fino al MAK Contemporary di Vienna (2025). Steyerl è oggi considerata una delle voci più importanti dell’arte contemporanea impegnata nell’analisi dei sistemi tecno-politici.

Premio Strega – Il Premio Strega nasce nel 1947 dalla scrittrice Maria Bellonci e dal mecenatismo di Guido Alberti, che deriva il nome dal liquore prodotto dall’azienda di famiglia. Nell’Italia del dopoguerra si sviluppa l’idea di creare un nuovo premio che contribuisse alla rinascita culturale del Paese, tramite una giuria vasta e democratica. Si crea così il gruppo degli Amici della domenica che ancora oggi, insieme a numerosi altri
lettori in Italia e all’estero, assegnano il riconoscimento attraverso due votazioni: la prima, in giugno, per scegliere la cinquina finalista; la seconda, a luglio, per eleggere il vincitore.
Sin dalla nascita il Premio Strega è stato indice degli umori dell’ambiente culturale e dei gusti letterari degli italiani. I libri premiati raccontano l’Italia, documentando la lingua, i cambiamenti, le tradizioni.
Amelia Rosselli (Parigi, 1930 – Roma, 1996), è stata una poetessa italo-francese. Prima di stabilirsi a Roma nel 1950, trascorse anni itineranti tra la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, esperienza che ebbe un’influenza centrale sul forte sperimentalismo linguistico della sua produzione poetica, segnato dalla compresenza di tre lingue (italiano, francese e inglese). Ebbero un forte impatto anche i suoi studi musicali, che conferiscono una certa straordinarietà alla metrica dei versi dell’autrice. Tra le figure centrali della poesia del Novecento italiano, Amelia Rosselli spicca non solo per il suo complesso sperimentalismo,
ma anche per la sensibilità con cui è riuscita a fondere in una lingua magmatica la parola e la voce. Ha pubblicato, tra le tante opere, Variazioni belliche (1964), Serie ospedaliera (1969), Documento, 1966-1973 (1976); Impromptu (1981), Sleep. Poesie in inglese (1992).
Miriam Cahn (Basilea, 1949) è considerata una delle figure più interessanti del panorama artistico internazionale. Il suo lavoro si fonda sull’immagine del corpo e sulle sue condizioni di visibilità, tra emersione e scomparsa. Il diafano e lo spettrale caratterizzano l’essenza del suo linguaggio figurativo che comprende pittura, disegno e fotografia. Formatasi attraverso le teorie e i movimenti femministi degli anni Settanta, l’artista raffigura le diverse sfaccettature della femminilità rappresentando corpi nudi con una visione intima che rifiuta gli ideali socioculturali legati alla bellezza femminile. L’artista ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in tutto il mondo, esponendo le sue opere tra gli altri a
documenta (1982 e 2017), alla Biennale di Venezia (1984 e 2022), al Museum für Moderne Kunst di Francoforte (1998), al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid (2017), al Palais de Tokyo di Parigi (2023), allo Stedelijk Museum di Amsterdam (2024).
Premio Paul Thorel – La Fondazione Paul Thorel, un’istituzione radicata nel bacino del Mediterraneo con sede principale a Napoli e due sedi satelliti nelle isole di Panarea e Hydra, è stata creata nel 2014 per la catalogazione dell’opera dell’artista italo-francese Paul Thorel (1956- 2020), pioniere dell’immagine elettronica e della fotografia digitale. Nel 2022, la Fondazione ha aperto le porte al pubblico con il Premio Paul Thorel, un progetto di residenza e committenza dedicato all’artista scomparso. Il Premio è un osservatorio della
scena creativa italiana che esplora le arti digitali e individua nell’immagine contemporanea il proprio linguaggio di ricerca e l’orizzonte estetico.
Le opere delle artiste in mostra sono state create durante una residenza di un mese che ha riattivato gli spazi e gli strumenti di lavoro di Thorel a Napoli, dove l’artista si trasferì nel 1994. Un libro d’artista, uno per ciascun vincitore, sarà pubblicato nella collana editoriale del Premio Paul Thorel, una collaborazione con la casa editrice NERO Editions.
Marialba Russo (Napoli, 1947), attiva dalla fine degli anni Sessanta, ha sviluppato una ricerca fotografica attenta alle pratiche rituali, al corpo, agli aspetti sociali e religiosi dell’Italia centromeridionale. Le sue serie fotografiche si concentrano sulle tradizioni, immortalano feste popolari e cerimonie legate a culti di derivazione pagana approdati poi nel cristianesimo. Nei primi anni Settanta Russo ha svolto un’intensa collaborazione con il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni popolari di Roma e con l’antropologa Annabella Rossi, con la quale intraprende diverse ricerche su campo nel meridione, dalla Campania al
Lazio. Accanto alla ricerca personale e all’attività espositiva collabora con “Vogue Italia” e altre testate italiane e straniere. Negli anni Ottanta la Russo è presente in diverse manifestazioni e iniziative dedicate alla fotografia in Europa e negli Stati Uniti, mentre continua a collaborare con alcune università italiane dove tiene corsi di fotografia. Negli anni Novanta l’autrice muove la sua ricerca in una riflessione più intima e analitica, dove il paesaggio è metafora di un tempo interiore. Le sue serie sono state esposte in mostre
e festival nazionali e internazionali, come Incantesimo, al Museo della Fotografia di Salonicco (2001), Passi al Jin Tai Art Museum di Pechino (2003), Cult Fiction al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato (2021).
Francis Upritchard (New Plymouth, Nuova Zelanda, 1976) e Martino Gamper (Merano, Italia, 1976) sono artisti e designer con sede a Londra. Lavorano nel campo della scultura, dell’arredamento, dell’installazione e della ricerca sui materiali. Le loro pratiche condividono un interesse per il modo in cui gli oggetti trasmettono memoria, sensazioni tattili e significato culturale. Upritchard è nota per le sue sculture figurative e le opere con materiali innovativi che attingono alle tradizioni artigianali, all’antropologia, alla cultura popolare e alle storie speculative. Tra le sue mostre figurano il Padiglione della Nuova Zelanda alla 53ª Biennale di Venezia (2009) e importanti presentazioni personali presso istituzioni quali il Barbican Curve di Londra e la Kunsthal Charlottenborg di Copenaghen.
Gamper lavora tra design e arte, ripensando la vita degli oggetti quotidiani attraverso la trasformazione, la riparazione e l’improvvisazione. I suoi progetti spaziano da mobili unici a mostre su larga scala e commissioni pubbliche, e sono stati presentati a livello internazionale in musei e gallerie, tra cui le Serpentine Galleries di Londra e la Pinacoteca Agnelli di Torino. Pur mantenendo pratiche individuali distinte, Upritchard e Gamper hanno collaborato a mostre, interni e installazioni spaziali, spesso mettendo in primo piano i processi di creazione, riutilizzo ed esposizione. I loro progetti condivisi esplorano come il vivere e il lavorare con gli oggetti plasmi gli ambienti domestici e pubblici.
Alessandro Sciarroni (San Benedetto del Tronto, 1976) è un artista italiano attivo nell’ambito delle arti performative con alle spalle diversi anni di formazione nel campo delle arti visive e di ricerca teatrale. I suoi lavori vengono presentati in festival di danza e teatro contemporanei, musei e gallerie d’arte, così come in spazi non convenzionali rispetto ai tradizionali luoghi di fruizione e prevedono il coinvolgimento di professionisti provenienti da diverse discipline. Tra i vari riconoscimenti, gli viene assegnato nel 2019 il Leone d’Oro alla carriera per la Danza. Il suo lavoro oltrepassa le tradizionali definizioni di genere. Parte da un’impostazione concettuale di matrice duchampiana, fa ricorso ad un impianto teatrale, e può utilizzare alcune tecniche e pratiche derivanti della danza, e da altre discipline come il circo e lo sport. Tra le principali manifestazioni ha preso parte alla Biennale de la Danse di Lione, Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles, Impulstanz Festival a Vienna, Festival d’Automne e Festival Séquence Danse del 104 a Parigi, Centrale Fies, Abu Dhabi Art Fair, Juli Dans Festival ad Amsterdam, Crossing the Line di New York, Hong Kong Art Festival, il Festival TBA di Portland, Festival Panorama Rio de Janeiro, la Biennale di Venezia (che
gli dedica una monografica nel 2017) e presentato il suo lavoro presso il Centre Pompidou di Parigi, The Walker Art Center di Minneapolis, Punta della Dogana-Palazzo Grassi a Venezia e il Museo MAXXI di Roma.
Alessandro Sciarroni è artista associato di MARCHE TEATRO.

La stagione espositiva del MACRO nel 2026 inaugura il 29 aprile con Mechanical Kurds di Hito Steyerl, a cura di Alice Labor. L’installazione combina un video monocanale con elementi installativi immersivi.
Commissionata nel 2025 dal Jeu de Paume di Parigi e dal New Museum di New York (dove è attualmente esposta in occasione della riapertura dopo l’ampliamento del museo) e presentata in questa occasione per la prima volta in Italia, l’opera riflette sui rapporti tra lavoro digitale, intelligenza artificiale, conflitti geopolitici e produzione di immagini, espandendo la narrazione cinematografica nello spazio espositivo.
Mechanical Kurds (“curdi meccanici”) rivela i corpi, i territori e i conflitti che rimangono invisibili nei processi di creazione delle intelligenze artificiali, così come la violenza politica che si cela dietro immagini e algoritmi. La precarietà delle infrastrutture dell’economia digitale si fonda su monopoli estrattivi di risorse umane ed energetiche, che emergono nel video tra documentario e racconto di finzione.
La narrazione filmica intreccia immagini documentarie nel campo profughi di Domiz, nel Kurdistan iracheno, e immagini generative. Il titolo del lavoro rimanda al “Turco meccanico”, un automa del XVIII secolo dalle sembianze umane in abiti ottomani, capace di battere a scacchi qualsiasi giocatore. L’invenzione di Wolfgang von Kempelen celava in realtà al suo interno un essere umano che ne controllava il funzionamento e interrogava già allora il pubblico sulle possibilità di pensiero autonomo delle macchine.
All’inizio degli anni 2000, Amazon ha adottato il nome dell’automa per la sua piattaforma di
crowdsourcing, che consente alle aziende di esternalizzare determinate mansioni, come l’addestramento delle intelligenze artificiali, attraverso lavoratori digitali.
Nell’opera di Steyerl, la voce di tre profughi curdo-siriani rivela il sistema di “lavoratori fantasma” fondamentali per l’automazione grazie alla loro attività di classificazione di immagini attraverso le cosiddette bounding boxes, riquadri di delimitazione per il riconoscimento di oggetti, utilizzati solitamente dai sistemi di visione artificiale e riprese nel progetto allestitivo della mostra. Il legame tra immagini e violenza politica emerge nel video in un racconto circolare in cui questi stessi lavoratori divengono a loro volta bersagli di droni automatizzati nel corso degli attacchi condotti dalla Turchia, nella regione
nell’ambito dell’offensiva anti-curda. I conflitti politici risultano, nell’indagine dell’artista, risorse sfruttabili, dal punto di vista geografico e umano, da parte delle grandi aziende tecnologiche.
Mechanical Kurds è l’ultimo capitolo della ricerca di Hito Steyerl sulla relazione tra lavoro, immagini e potere a livello globale. Da oltre un decennio l’artista analizza le ripercussioni sociali, politiche ed ecologiche delle intelligenze artificiali e delle tecnologie su cui si fondano. La “finzione documentaria”, per riprendere il termine usato dal filosofo Jacques Rancière, nel lavoro di Steyerl diviene uno strumento per la costruzione e la condivisione di un pensiero critico che supera le narrazioni dominanti e offre uno sguardo alternativo sulla realtà.
“Invece di mettere la testa sotto la sabbia, dovremmo guardare in faccia i problemi. Dovremmo aprire gli occhi sul completo deragliamento della realtà, reintroducendo un sistema di garanzie costituzionali, rinegoziando i valori e il ruolo dell’informazione, evitando di scendere a compromessi quando si tratta di rappresentazione e solidarietà umana. Questo prevede anche di saper riconoscere il fascismo dove esiste davvero e opporsi a esso e ai suoi innumerevoli derivati e marchi. Negarne l’esistenza significa arrendersi al paradigma emergente di postpolitica e postdemocrazia; rassegnarsi a una completa fuga dalla realtà”.
Hito Steyerl (Monaco di Baviera, 1966) è un’artista, regista e teorica tedesca, di base a Berlino, il cui lavoro esamina le relazioni tra immagine, potere e tecnologie contemporanee. Formatasi in cinema documentario all’Accademia di Arti Visive di Tokyo e all’Università di Monaco, ha ottenuto un dottorato in filosofia all’Accademia di Belle Arti di Vienna. È professoressa in media digitali emergenti alla Munich Art Academy. Dagli anni duemila ha sviluppato una pratica che fonde saggio visivo, videoinstallazione e speculazione critica. Il suo lavoro esplora la circolazione delle immagini nell’era digitale, l’automazione, la
militarizzazione delle tecnologie e le infrastrutture invisibili che plasmano la percezione. Le sue ricerche sono state presentate a livello internazionale in numerose istituzioni, dalla Biennale di Venezia (2019) al Centre Pompidou di Parigi (2020), al Museo Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Seul (2022), fino al MAK Contemporary di Vienna (2025) e al New Museum di New York (2026). Steyerl è oggi considerata una delle voci più importanti dell’arte contemporanea e ha ottenuto l’Erich Fromm Prize nel 2025. I suoi lavori sono conservati in diverse collezioni, come il Centre national des arts plastiques, Parigi;
Museum of Modern Art, Varsavia; Institute of Contemporary Art, Boston; Museum of Modern Art, New York; Solomon R. Guggenheim Museum, New York; Stedelijk Museum, Amsterdam; Tate, Londra; Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid; Van Abbemuseum, Eindhoven; Walker Art Center, Minneapolis.
UNO, CINQUE, DODICI. OTTANT’ANNI DEL PREMIO STREGA – a cura di Maria Luisa Frisa e Mario Lupano – 29 aprile – 30 agosto – Al centro delle iniziative per l’ottantesimo anniversario del Premio Strega si colloca la mostra curata da Maria Luisa Frisa e Mario Lupano e promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale
Palaexpo, che sarà inaugurata il 29 aprile al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, realizzata in collaborazione con BPER Banca, Persol e Camera Nazionale della Moda Italiana. Il progetto di allestimento firmato dallo studio di architettura Supervoid, unitamente al progetto grafico curato dallo studio Caneva-Nishimoto, metterà in scena i diversi piani di lettura che la lunga storia del Premio Strega offre al visitatore, presentando la “biblioteca ideale” composta dagli oltre mille volumi selezionati dal 1947 a oggi, organizzati in una sequenza cronologica che racconta, in parallelo, vicende, protagonisti,
polemiche e narrazioni mediatiche che accompagnano le settantanove edizioni fin qui disputate. La timeline del premio mostrerà per ogni anno i libri candidati, la cinquina e il vincitore nelle loro prime edizioni, secondo una sensibilità contemporanea che riconosce il publishing come forma d’arte. Sul grande perimetro della sala si svilupperà un nastro fotografico ininterrotto che restituisce la drammaturgia del Premio e i rituali pubblici e “spettacolari” delle votazioni. Brevi testi nel volumetto delle didascalie, una sorta di libro tascabile da conservare, illustreranno i fatti salienti di ciascun anno, rendendo l’atto della lettura parte integrante della fruizione della mostra. Nella “stanza” al centro della sala si troverà restituita invece la dimensione più intima – domestica e al tempo stesso collettiva e relazionale – del salotto Bellonci. Attraversato da scrittori, editori e artisti, questo spazio
verrà riproposto come un diorama popolato dalle opere e dagli oggetti che abitano casa Bellonci. La mostra si articolerà dunque in due momenti complementari: uno più pubblico, dedicato alla scena del premio, e uno più intimo, che rievoca il laboratorio creativo ideato e condotto da Maria Bellonci. Varcare la soglia di Casa Bellonci, oggi sede della Fondazione, ha significato per i curatori accedere a un luogo leggendario, che è una parte costitutiva dell’immaginario culturale italiano. L’appartamento dei coniugi Bellonci, nelle intenzioni di Maria, non è soltanto un salotto letterario, ma “una biblioteca distesa da parete
a parete”: un dispositivo relazionale, spazio privato e insieme pubblico di cui la mostra vuole riproporre il ritmo, i rituali e le trasformazioni che ne hanno segnato ottant’anni di vita.

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