La Camera della Moda “sconsiglia” l’uso delle pellicce alla Milano Fashion Week

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La notizia arriva senza suscitare grande clamore, o forse non gli si è data ancora la dovuta importanza mediatica, ma la Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) ha annunciato in una nota, la pubblicazione delle LINEE GUIDA, su base volontaria, riguardanti l’uso delle pellicce durante le sfilate della Milano Fashion Week, a partire dall’edizione di settembre 2026. L’iniziativa, prosegue la nota, in continuità con l’impegno promosso dall’Associazione a partire dal 2012 e con i principi contenuti nel Manifesto della sostenibilità e nel Codice Etico di CNMI, tiene conto dell’evoluzione del quadro normativo in materia di benessere animale.
Le Linee Guida INVITANO i brand partecipanti alla Milano Fashion Week A NON PRESENTARE, durante le sfilate della Milano Fashion Week, capi di abbigliamento, accessori o qualsiasi altro elemento, con pelliccia come definita nel documento.
CNMI si impegna a non promuovere pellicce nella produzione diretta dei propri contenuti di comunicazione.
Le Linee Guida, che in linea con la normativa italiana e europea lasciano pienamente inalterata l’autonomia creativa e imprenditoriale dei brand, si inseriscono in un contesto internazionale in cui alcune altre fashion week hanno progressivamente adottato policy e indirizzi sul tema dell’uso della pelliccia.

CNMI ha scelto un approccio coerente con la propria natura associativa: uno strumento volontario e condiviso per accompagnare l’evoluzione del settore.
“La pubblicazione di queste Linee Guida – dichiara Carlo Capasa, Presidente Camera Nazionale della Moda Italiana – rappresenta un passaggio ulteriore nel percorso di responsabilità e sostenibilità che Camera Nazionale della Moda Italiana porta avanti da oltre dieci anni a sostegno del Made in Italy. Questa iniziativa conferma la volontà di CNMI di accompagnare l’evoluzione del sistema moda con equilibrio e consapevolezza, in coerenza con gli indirizzi strategici che stiamo portando avanti”.
CNMI desidera ringraziare LAV, Collective Fashion Justice e Humane World for Animals per la positiva e costante collaborazione instaurata, in particolare negli ultimi tre anni, e destinata a proseguire anche in futuro nel rispetto delle migliori best practice in materia di sostenibilità.

Tra qualche mese vedremo come queste linee guida potranno essere osservate da marchi che delle pellicce hanno fatto il loro core business, da Fendi che nell’ultima collezione ha dichiarato di avere portato in pedana solo pellicce d’archivio rimodernate, a Simonetta Ravizza, che da sempre fa solo pellicce, due marchi che sfilano regolarmente a Milano, essendo brand storici inseriti nel calendario ufficiale di Milano Moda Donna.

E tutti le altre grandi aziende note e meno note che hanno sempre inserito, nelle loro collezioni invernali giacconi di montone rovesciato, cappottini di cavallino stampato, giacche, spolverini di renna e di camoscio?

E per quanto riguarda borse e scarpe, ne vogliamo parlare? Le borse di pelle sono ancora ammesse? Oppure devono essere fatte solo di plastica e tessuti?

Tranquilli. Il SETTORE DELLA PELLICCERIA in Italia e in Europa è già ridotto all’osso, pardon, ai minimi termini. Secondo i dati del 2025, la produzione di pellicce nell’Unione Europea genera più costi che benefici per la società. Il nuovo rapporto indipendente “A full-cost account of the EU fur industry”, pubblicato da Griffin Carpenter con il supporto di Eurogroup for Animals, Fur Free Alliance, FOUR PAWS e Humane World for Animals, ricostruisce il bilancio economico, ambientale e sanitario completo del settore della pellicceria europea. Il risultato è inequivocabile: la produzione di pellicce non solo non è più economicamente sostenibile, ma produce un danno netto alla collettività stimato in 446 milioni di euro l’anno.
Nel 2024 i Paesi dell’Unione hanno prodotto circa 6,3 milioni di pelli (principalmente visoni, ma anche volpi, cincillà e cani-procioni), per un valore di 183 milioni di euro. Un crollo verticale rispetto al 2015, quando la produzione superava i 45 milioni di pelli e i 2,2 miliardi di euro di fatturato. In dieci anni, il numero di allevamenti si è ridotto del 73%, l’occupazione dell’86-92% e il valore economico del 92%.
A oggi, 23 Stati membri dell’UE hanno introdotto divieti totali o parziali dell’allevamento di animali da pelliccia. Restano operative soltanto Grecia, Polonia, Finlandia e, in parte, Ungheria, Danimarca e Romania, ma anche in questi Paesi sono in corso programmi di dismissione.
L’Italia ha chiuso l’ultimo allevamento nel 2022, con una legge nazionale che vieta l’allevamento di visoni, volpi, cincillà e cani-procioni per la produzione di pellicce. In Italia, gli allevamenti di visoni hanno cessato l’attività nel 2022. Il nostro Paese si colloca quindi tra i 14 Stati UE con un divieto totale, assieme a Austria, Belgio, Croazia, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Slovenia e altri.
Restano però aziende manifatturiere e laboratori artigianali che importano pelli dall’estero, in particolare dalla Grecia e dalla Polonia, dove nel 2024 erano ancora attivi circa 360 allevamenti (269 in Polonia, 92 in Grecia).
Secondo il rapporto del 2025, l’intero comparto della pellicceria europea impiega tra 3.300 e 5.500 lavoratori equivalenti a tempo pieno, pari allo 0,003% dell’occupazione complessiva dell’UE – un peso analogo alla produzione di carta da parati o di sidro.
Sommando tutti gli elementi – economici, ambientali e sanitari – il bilancio complessivo della pellicceria europea è negativo per 446 milioni di euro.
Il documento conclude che “i costi per la società superano ampiamente qualsiasi beneficio economico” e che la chiusura del settore non avrebbe conseguenze economiche significative ma libererebbe risorse pubbliche e ridurrebbe rischi per salute, ambiente e biodiversità.

(Riproduzione riservata)

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