Festa di nozze ad Alghero con Antonio Marras

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Antonio Marras ha preferito proporre al pubblico la sua nuova collezione per la Primavera/Estate 2027 non con la classica sfilata, ma una festa di nozze ambientata nella sua terra natia, la Sardegna. Una presentazione colossal con tanti abiti che si è svolta in pubblico nel Giardino Vincenzo Muccioli di Milano.

La location è diventata una piazza improvvisata, con una lunga tavola apparecchiata, un angolo di Sardegna inventato nel mezzo della città. Un luogo aperto, attraversato dalla luce, dalle persone, dagli incontri. La passerella ha perso i suoi confini confondendosi con quello che le stava intorno. La città è entrata nella storia, con i suoi rumori, i suoi passi, i suoi volti, la sua vita che continua mentre la festa comincia. E per la prima volta la festa non è stata solo per chi è stato invitato: è per chi passa, per chi si ferma, per chi vuole esserci. La sfilata si è aperta alla città e il pubblico diventando parte del racconto, come gli invitati che arrivano alla grande tavola uno dopo l’altro, senza che nessuno debba chiedere loro se c’è posto. Gli abiti attraversano questo paesaggio come fossero arrivati da lontano, portando con sé il vento del mare, la terra, il mirto e quella luce che a mezzogiorno sembra non lasciare spazio a nient’altro. Perché una festa vera non ha bisogno di porte.
Il suo è un racconto di una notte sospesa in cui l’abito, anche se tolto, non smette di raccontare chi l’ha indossato.

La storia è ambientata ad Alghero, la notte di San Giovanni. Il fuoco era ancora acceso sulla piana quando il cielo cominciò a schiarirsi verso il mare, e nessuno, quella mattina, avrebbe saputo dire dove finisse la festa e dove cominciasse il sogno. Da Monte Doglia, ad Alghero si vedeva tutto: i falò accesi a distanza uno dall’altro come stelle scese apposta per la notte più corta dell’anno, e in mezzo, sterminata, la tavola, già pronta per le nozze della mattina dopo. La tavola lunghissima, imbandita nel punto in cui la campagna smette di essere terra rossa e comincia a sapere di salino, apparecchiata su tovaglie ricamate cucite insieme una all’altra perché nessuna, da sola, sarebbe bastata. Destinata ad accogliere tutto il paese man mano che il giorno avanzava, e non solo dalla cittadina, la gente arrivava a piedi dalle case cantoniere, dalle frazioni vicine, dai casolari, dalle campagne, dai paesi dell’interno, pescatori che avevano lasciato le barche tirate in secco per venire a vedere che festa fosse mai quella che avevano visto brillare da così lontano tutta la notte. Arrivavano da ogni direzione, e la tavola restava lì, intatta, imbandita, in mezzo al parco per fare posto a tutti quelli che sarebbero venuti, tutti vestiti a festa, come nelle grandi occasioni. Tutti, ma proprio tutti erano invitati, bastava attraversare una strada, bastava arrivare ai giardini e la festa era lì e a mezzogiorno in punto quando le ombre nascevano dalle proprie radici.
Gli sposi si chiamavano Antiogu e Ippolita e di quella notte ricordavano tutte le coppie di innamorati si erano rincorse tra i tavoli confondendo i propri destini forse per la luna, forse per un filtro versato per gioco in un bicchiere di vino e al mattino nessuno sapeva più spiegare chi amasse chi, e nessuno, guardandoli ridere sull’erba, sentì il bisogno di chiederlo. Ma i due promessi sposi no, quelli avevano per tutta la notte solo e soltanto continuato a sognare l’avvicendarsi dell’alba per avverare il loro sogno d’amore. Il mattino passò così, sospeso tra il sonno e la festa, finché il sole non si issò dritto sopra la piana e prese a picchiare senza pietà su tutta quella gente rimasta sveglia una notte intera.
Coloro che avevano vissuto quella notte non si erano cambiati l’abito: sembrava di stare ancora, tutti quanti, dentro la stessa festa che non si era mai davvero interrotta, chi era arrivato apposta per la festa di nozze sfoggiava mise da mille e una notte da far invidia a un matrimonio di teste incoronate. Gli sposi finalmente si guardarono come ci si guarda quando si vuole portare via qualcosa di un sogno prima che la luce lo cancelli del tutto. Il mare, davanti a loro, era ormai accecante. E fu solo allora, al sì pronunciato sotto il sole a picco, che la tavola si aprì finalmente a tutto il paese: non era ancora finita, anzi cominciava appena, continuava a riempirsi, ospite dopo ospite, come se il paese intero, anche a quell’ora impossibile, avesse deciso di non voler smettere di arrivare. Nessuno sa dove finisca la festa e dove cominci il sogno.

E’ da questa notte sospesa che nasce la Primavera Estate 2027 di Antonio Marras.
La collezione che racconta il giorno dopo la notte, quando gli abiti della festa sono ancora addosso, il sale del mare è rimasto sulla pelle, il mirto si è impigliato nei capelli e nessuno ha avuto il tempo, o la voglia, di cambiarsi. È una collezione fatta di materia, di stratificazioni, incontri e contrasti. Di pizzi e tessuti preziosi, di ricordi cuciti a mano e superfici scultoree. Di qualcosa che appartiene al quotidiano e che, attraversando il mondo di Marras, si trasforma in couture.
La luce del mezzogiorno si traduce in una palette che parte da miele, crema, sabbia e nude, accesi da bagliori dorati e toni pietra. Il rosa cipria e il celeste polvere sfumano nell’ecrù, nel verde militare e nel fango, fino al nero assoluto. Sono i colori della terra, della luce, della notte che lentamente lascia spazio al giorno. Sulle superfici compaiono righe, quadri e un camouflage rivisitato, accanto a fiori pittorici che sembrano essere stati lasciati sugli abiti dal passaggio di una mano, come una traccia, una memoria, una macchia di colore. Intarsi, ricami, plissé aerodinamici, incrostazioni di cristalli e patch tattili attraversano abiti, borse e calzature, creando una continuità tra il corpo e ciò che lo circonda.
La leggerezza della seta, dello chiffon, dell’organza, del tulle, dei pizzi macramè e chantilly e del raso incontra la struttura del fresco lana, del popeline, della pelle, dei broccati, dei jacquard e delle paillettes. Trasparenze e fluidità convivono con costruzioni più rigorose. La maglieria avvolge il corpo, il denim conserva una dimensione quotidiana e terrena, mentre il parka destrutturato si trasforma in un capo couture, perdendo la propria origine funzionale senza perderne la memoria.
Gli abiti sembrano appartenere a persone che hanno attraversato la notte e si sono ritrovate al mattino ancora dentro la stessa festa. Le sovrapposizioni raccontano incontri casuali, i ricami custodiscono ricordi, i cristalli catturano il sole, i pizzi sembrano arrivare da un corredo antico per incontrare materiali contemporanei.
È una bellezza che non cerca la perfezione. Come le pettinature alte, cotonate delle modelle e il trucco pesante anni Sessanta, che rievocano la bellezza imperfetta eppure sensualissima di Francesca Romana Coluzzi, nel film cult di Vittorio De Sica Matrimonio all’italiana (1964).

Tutto vive nell’imprevisto, nell’accostamento, nella traccia del tempo, nel gesto della mano. Anche gli accessori seguono questa idea. Le borse, morbide ma strutturate, a mano o a spalla, attraversano il bianco, il prugna e il nero e si costruiscono attraverso dettagli metallici sferici, superfici ricamate e lavorazioni tridimensionali.
Ai piedi, slingback dalla punta affilata si tingono di fango, cipria, bordeaux e nero, illuminate da ricami punto luce, borchie e cristalli multicolor. I loafers classici vengono rivisitati, mantenendo la memoria della forma e lasciandosi contaminare dalla materia e dal linguaggio della collezione.
E poi ci sono i gioielli, pensati non come semplici accessori, ma come parte della storia.
Nasce così il nuovo incontro tra Antonio Marras e Giovanni Raspini, un dialogo tra due realtà creative accomunate dal rapporto con la tradizione artigianale, il territorio, la natura, la memoria e la materia. Per questa collezione, Giovanni Raspini interpreta il mondo di Antonio Marras attraverso gioielli pensati per accompagnare i look della sfilata e diventare parte integrante del racconto. Il bronzo brunito, lavorato attraverso la micro-fusione a cera persa, incontra pietre dure, minerali, piume, scaglie di madreperla, cartapesta, resine, tessuti e pizzi. Maschere della tradizione sarda, fiori, gechi, bucrani, alghe e altre figure della natura e del patrimonio mitologico dell’isola vengono trasformati in forme scultoree e indossabili. I gioielli realizzati per la sfilata sono pezzi unici, oggetti che entrano nell’abito e diventano ornamento, talismano, memoria. Un altro frammento della festa.

(Riproduzione riservata)

 

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