C’è un non so che di erotico e di politico nel vedere in passerella tante donne diverse, ma tutte accumunate da alcune caratteristiche che si ripetono: pettinature con crocchie basse come fatta in casa velocemente; trucco nero fumo che cerca di mascherare le occhiaie da stanchezza di notti in bianco; sciarpe come fatte ai ferri annodate al collo, rigorosamente di colore rosso; assenza di calze ma calzettoni e ghette di lana messe anche sulle scarpe a punta; alti e appuntiti stivali stringati come guepiere, portati magari col grembiule da casalinga ma di raso. Borsette di cocco, o stampa cocco non si sa, come dire, attenzione, “sono pur sempre una sciura ricca”.
E’ un elogio delle pluralità, una riflessione sulla realtà sfaccettata delle donne e sulla complessità della vita, la collezione Prada Autunno/Inverno 2026 di Miuccia Prada e Raf Simons, ispirata al fascino del processo di stratificazione, alla trasformazione che avviene attraverso gli abiti nel corso di una giornata, in cui ogni look racchiude moltitudini. Espressione di come ci vestiamo realmente nella vita quotidiana, la sovrapposizione dei capi rappresenta al tempo stesso strati di storie, personali e collettive, di ricordi ed esperienze.
Un cast di 15 modelle che indossano questi abiti in continua evoluzione, focalizza l’attenzione su ciascuna di loro, consentendo di esplorare le infinite e mutevoli sfaccettature del loro carattere. Un’apparente semplificazione che può servire, paradossalmente, a trasmettere complessità. Tra le 15 modelle che hanno interpretato i nuovi look della collezione della prossima stagione fredda, Bella Hadid, apparsa in passerella una versione più naturale del solito, con i capelli biondi raccolti in una crocchia bassa finto scarmigliata e gli occhi bistrati di nero.
Le prospettive si trasformano, sia nella trasposizione dei tipi di indumenti che nella loro
combinazione non gerarchica. Gli abiti sono stratificati con precisione: sartoria, abbigliamento sportivo, vestiti di raso ricamati, composizioni contraddittorie che parlano anche un linguaggio della moda distintivo di Prada. Frammenti e imperfezioni stimolano la curiosità, mentre le mutazioni interne, visibili dall’esterno, anticipano ciò che potrebbe celarsi sotto la superficie. Le fabbricazioni fondono identità disparate, i materiali sovrapposti e consumati divengono strumenti di rivelazione. Gli abiti di archivio, come ricordi, possono essere integrati in altri capi minimalisti, in un alternarsi di strati scoperti e strati interni. Il passare del tempo è suggerito dalla demarcazione e dalla patinatura, dai materiali volutamente sbiaditi, dai ricami preziosi invecchiati, un nuovo approccio alla decorazione che esalta il vissuto.
In pedana si sono alternati maglioni con la zip che sembravano quasi delle giacche, gonne colorate, calzettoni alti fino al ginocchio, sciarpe in maglia grossa, cappottini lineari, parka a fiori con dettagli di pelliccia. Le zip tornano anche sugli abiti e restano aperte fino a svelare le canottiere o le spalle. Ma si sono visti anche completi rigorosi giacca-pantaloni, gonne midi in organza e in satin, camicie con polsi arrotolati e pullover girocollo basici.
Ispirandosi a queste idee, il Deposito della Fondazione Prada, che è stato teatro precedentemente anche della sfilata maschile, ospita opere d’arte originali, mobili e oggetti significativi: degli arazzi e un dipinto del XVI e XVII secolo, uno specchio e consolle veneziani del XVIII secolo, sedie, lampade e dipinti del Novecento. Questi manufatti abbracciano cinque secoli, culture divergenti e luoghi distanti. Il loro significato, come quello degli abiti, è stratificato, intrinsecamente personale, intimo e ricco di infinite possibilità.
In prima fila, Sarah Pidgeon, protagonista di “Love Story” nel ruolo di Carolyn Besset, Uma Thurman, Carey Mulligan, la campionessa olimpica Eileen Gu, Anna Sawai, Elodie, ma soprattutto ha incuriosito la presenza di Mark Zuckerberg con la moglie Priscilla Chan.
(Riproduzione riservata)

