Fendi, l’era Chiuri comincia da “Meno io, più noi”

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La sfilata della collezione Autunno/Inverno 2026/27 celebra il debutto di Maria Grazia Chiuri alla direzione creativa di Fendi all’insegna di un motto: “Meno io, più noi”, una sintesi del suo metodo di lavoro e non solo. E’ il principio che ha caratterizzato la coesione creativa delle cinque sorelle Fendi e la storia del marchio. Storia che rappresenta un esempio del fare italiano e del fare al femminile che è necessario ricordare e recuperare all’interno della maison. Ecco perché la collezione riparte dall’archivio. Ne rielabora perfino il vecchio logo. Maria Grazia Chiuri, assieme al grafico Lorenzo Sonnoli ha ridisegnato il logo Fendi riportandolo alle proporzioni del 1925, influenzate dal Modernismo e dalla maestosità della Colonna Traiana.

Ma quel “più noi” è anche una dichiarazione d’intenti necessaria, oggi più che mai, per riaffermare la complessità del sistema moda: i valori del lavoro comune, intenzioni e desideri condivisi, importanza della comprensione, dell’accettazione degli altri, del mondo che ci circonda. Una pluralità che non annulla individualità e singolarità ma è il processo indispensabile perché le visioni si trasformino in progetti realizzati.

Davanti a un parterre de roi dove spiccano i volti di Uma Thurman, Jessica Alba e Monica Bellucci, sfila dunque l’essenza di Fendi: il nero, il beige, il pizzo intagliato al laser, le pellicce (“d’archivio” dice la stilista) alleggerite e trasformate per un effetto finale camouflage. Ritornano le iconiche Baguette, ricamate e in mille versioni, del resto sono le borsette fortunate di Fendi che hanno decretato dal 1997 il successo planetario della maison proprio nel periodo in cui i due giovani designer, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli lavoravano in atelier. In pedana si alternano anche giacche e pantaloni che hanno lo stesso taglio per lui e per lei, blazer che utilizzano la fattura sartoriale e rigorosi completi blu inchiostro. Sfilano anche slip dress in set e vestitini di merletto trasparente a tratti. Soprabiti leggeri e trench in pelle si alternano a gilet, creando un’immagine moderna e sofisticatamente urbana.

C’è poi un elemento fondamentale che Chiuri porta sotto i riflettori: il ritorno al desiderio e ai corpi. In un presente in cui i corpi sono sempre meno ascoltati nelle loro pulsioni più terrene e originali. Così, il guardaroba si mette al servizio dei desideri del corpo, non per disciplinarli, ma per accoglierli, accompagnarli, renderli visibili, tattili.
La collezione testimonia un vissuto, un nomadismo, dentro e attraverso la moda. Sono molte le persone che hanno contribuito a dare forma a questa visione: dalle artiste, in un confronto tra generazioni diverse, come Mirella Bentivoglio, da cui nascono i gioielli della collezione e l’artista SAGG Napoli per le sciarpe da football, per arrivare al guardaroba stesso, rivisto come spazio di relazione e sedimentazione culturale.
Il femminile e il maschile smettono di essere categorie oppositive e diventano aggettivi per descrivere qualità condivise. Uomo e donna sfilano insieme per superare la distinzione tra guardaroba femminile e maschile. Per tornare a pensare agli indumenti come oggetti del vivere quotidiano. Abiti chiamati ad accompagnare la vita, le emozioni, il desiderio.
In una visione personale della moda e di sé. Classificazione disciplinare, muovendosi liberamente tra poesia, arti visive, performance, design e riflessione teorica sul linguaggio.
Infine, FENDI intraprende una collaborazione con l’Archivio Mirella Bentivoglio, avviando un progetto che mette in dialogo l’eccellenza del design e della manifattura con l’eredità intellettuale e poetica di una figura centrale e originale della recente storia artistica italiana.
Il progetto traduce in forma contemporanea i principi che attraversano l’opera di Bentivoglio, in particolare dalla riflessione sul rapporto tra linguaggio, oggetto e corpo che si ritrova così al centro della produzione legata al disegno degli oggetti.
La collaborazione ha dato origine a un’edizione limitata di gioielli, ideati e progettati dall’artista nei primi anni Settanta e realizzati adesso in stretto dialogo con l’Archivio.
Il gioiello, in questa prospettiva, non è ornamento ma dispositivo poetico: un segno portabile che incorpora pensiero, ambiguità e memoria.

(Riproduzione riservata)

 

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