C’è una qualità particolare della luce, a Manhattan dopo il tramonto: un bagliore freddo e
obliquo che rimbalza su vetro e acciaio, rendendo ogni cosa allo stesso tempo moderna e antica, severa e viva. È la luce che dà vita alla collezione Autunno/Inverno 2026 di Luisa Spagnoli, disegnata da Nicoletta Spagnoli, terza generazione del marchio perugino.
La collezione trae la sua grammatica emotiva e formale dalla New York di fine anni Ottanta e primi anni Novanta: una città decisa e dall’eleganza radicale, città di donne che si muovevano in modo completamente autonomo, assertivo, libero.
Un’affascinante crocevia in cui il mondo dell’arte di downtown, la moda dell’Upper East Side, la cultura dei club, la musica new wave e la high society per un breve momento si sono incontrati, guardati con curiosità, scrutati a vicenda e fotografati da Andy Warhol .
“Ho sentito il bisogno – spiega la direttrice creativa del marchio Nicoletta Spagnoli – di tornare a qualcosa che mi rappresenta profondamente: la fine degli anni Ottanta e primi anni Novanta. Ho voluto rileggere quell’atmosfera attraverso il ricordo di una New York di quell’epoca, dove si respirava un momento di energia creativa, eleganza consapevole e di donne che iniziavano ad affermarsi con uno stile deciso, pulito, autorevole. Un’idea di bellezza, e di forza. Di uno stile rigoroso ma mai freddo, sofisticato, curato nei minimi particolari”.
La collezione, presentata in uno scenario che ricorda i dettagli architettonici del Seagram Building, è fatta di linee definite: spalle importanti, silhouettes geometriche, pantaloni a vita alta, minigonne, accessori vistosi ripensati in forma nuova, più contemporanea.
I cappotti sono avvolgenti, importanti, ma essenziali. Tweed, spinato, principe di Galles e loden sono lavorati in silhouette lunghe di aperta luminosità strutturale. Le spalle sono studiate, i revers sono precisi, le proporzioni sono millimetriche. Nulla è casuale.
Il capitolo sulla sartoria in loden, in particolare, evoca l’eleganza pragmatica di una donna che attraversa una piazza sferzata dal vento, vestita non contro le intemperie ma indifferente ad esse. Il trench in eco-pelliccia per il giorno, o l’eco visone lungo e avvolgente per la sera.
Il colore funziona come nell’arte di Warhol – non in modo decorativo, ma filosofico. Il registro dominante è quello del materiale stesso: il marrone cioccolato, il caramello, il grigio della pietra di Manhattan, il panna, il nero assoluto di mezzanotte. Il verde bosco e qualche tocco di verde menta.
La maglieria, segno distintivo della maison fin dalle pionieristiche innovazioni in angora di Luisa Spagnoli nel 1928, presenta sontuosi filati di mohair e merino, declinati in forme minimaliste che privilegiano il calore senza ornamenti. Lusso discreto, capi che occupano lo spazio liminale tra la rigorosità scultorea e una seconda pelle.
Contro questa architettura di toni neutri, si accendono specifiche scelte cromatiche: una tuta giallo senape, una maglia bluette, un lampo di bordeaux, il rosa, una striscia di viola intenso, i colori di quell’epoca, dove la donna sceglieva, in libertà.
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