“Contessa, che cos’è la vita?”. ‘Non è l’ombra di un sogno fuggente, ma il lampo accecante della carne’. Queste parole incarnano lo sguardo di Marta Marzotto: curiosità, libertà e una moda vissuta come espressione personale. Dalla giovinezza come mondina, al ruolo centrale nella cultura del costume italiano, Marta ha attraversato epoche e contesti, interpretando l’abito come specchio del mondo e simbolo d’identità in trasformazione. Il mio progetto fotografico si muove in questa direzione. Gli abiti e i gioielli dell’Archivio Marzotto vengono affidati a statue, corpi immobili che accolgono i capi come tracce di memoria. II dialogo tra il tessuto e la statuaria rivela la duplice natura del patrimonio vestimentario: fragile e materiale, ma anche capace di raccontare storie. La fotografia esalta forme e consistenze, mostrando come l’abito assuma nuovi significati in contesti inattesi, oltre la semplice esposizione d’archivio. Questa ricerca si intreccia con il progetto Fashion Cultural Heritage, che ha mappato oltre mille musei e archivi italiani, creando un database open access per restituire la complessità sociale e storica del sistema moda. Il progetto partecipativo Trame ha ampliato questa rete con oltre quattrocento immagini e testimonianze, delineandone una geografia diffusa. A ciò si aggiunge la creazione di nuovi archivi: grazie a un protocollo con Diamante Marzotto, si sta costituendo l’Archivio di Marta Marzotto, con il censimento di abiti, accessori, caftani, gioielli e documenti. La documentazione è in fase di presentazione per il riconoscimento d’interesse nazionale. Una rete che celebra la moda come patrimonio culturale: un intreccio di tecniche, forme e memorie che attraversano il tempo e continuano”.
Con questa premessa, scritta dalla fotografa Claudia Sicuranza, si apre il libro-catalogo che arricchisce il percorso espositivo della mostra “Marta Marzotto – L’Armadio della contessa”, a cura di Samuele Briatore. La mostra sarà inaugurata nel Museo Nazionale di Bratislava, in Slovacchia, il 19 novembre, dall’ambasciatore d’Italia in Slovacchia Gianclemente de Felice, in presenza dei figli della contessa, Matteo e Diamante Marzotto. L’esposizione sarà aperta al pubblico il 20 novembre e si protrarrà nel museo slovacco, fino al 28 febbraio 2027.
La fotografa Claudia Sicuranza ha reinterpretato con i suoi scatti, abiti e gioielli della contessa, attraverso un dialogo con le sculture del Museo dell’Arte Classica della Sapienza Università di Roma. Sete, ricami, caftani e collane vestono i corpi immobili delle statue. Una selezione di foto era stata presentata precedentemente nel museo Palazzo Braschi a Roma. La moda italiana come espressione di creatività, artigianato, identità e patrimonio culturale sarà il filo conduttore della prima esposizione dedicata a Marta Marzotto, promossa dall’ambasciata d’Italia a Bratislava e dalla Fondazione Changes, con il coinvolgimento di Sapienza Università di Roma e dell’Università Comenius di Bratislava.
La notizia che ci riempie il cuore di gioia, dopo aver conosciuto e intervistato tante volte la contessa Marzotto, nel corso della nostra lunga carriera nella moda, è quella che il guardaroba di Marta, che comprende i suoi abiti, gli adorati caftani, i gioielli, i colbacchi di pelliccia, diventerà patrimonio storico e culturale italiano.
Ma a proposito di colbacchi di vera pelliccia, vorrei ricordare uno degli episodi più esilaranti che vedono protagonista la contessa, a cui ho assistito personalmente. Erano gli anni Novanta. Sfilate di alta moda a Roma. Ero seduta in prima fila tra Marta e Marina Ripa di Meana, quando quest’ultima, per attirare l’attenzione su di sé, finse di avere un attacco di animalismo spinto e strappò all’amica, allungando il braccio su di me, il colbacco di pelliccia dalla sua testa, gettandolo sulla pedana e gridando: “Butta le tue pellicce, io l’ho già fatto nel mio armadio”. Del resto Marina Ripa di Meana, nel 1996 era apparsa completamente nuda in una campagna fotografica dell’Ifaw (Fpndop Internazionale per la Protezione degli animali) proprio per protestare con l’uso delle pellicce di foca, le braccia incrociate e la scritta, all’ altezza dell’inguine, “l’ unica pelliccia che non mi vergogno d’ indossare”. La sceneggiata di Marina Ripa prima della sfilata attirò immediatamente i flash dei paparazzi. Neanche a parlarne, la finta zuffa tra due amiche, che aveva lasciato Marta di sasso, rubò i titoli delle prime pagine dei quotidiani del giorno dopo.
Il guardaroba di Marta Marzotto si avvia dunque, ad essere dichiarato di “interesse storico” dal ministero della Cultura. Ad annunciarlo orgogliosamente al telefono è Samuele Briatore, che oltre ad aver curato la mostra e anche l’autore del libro-catalogo L’Armadio della contessa. Briatore chiosa al telefono: “E’ stato avviato il procedimento che punta a restituire anche sul piano istituzionale il valore di un personaggio poliedrico, che ha attraversato e interpretato da protagonista decenni di storia della moda e della cultura italiana”.
Della mostra “L’Armadio della contessa”, faranno parte invece 425 capi: i suoi celebri caftani, i colbacchi, i bracciali, scarpe, stivali, chili di paillettes. È ciò che resta del guardaroba di Marta Marzotto per sottrazione, perché Marta regalava tutto, si toglieva di dosso l’abito al primo complimento, fino a ritrovarsi in sottoveste dopo aver donato il proprio a una principessa marocchina. Ma lei era fatta così, generosa, ironica, sorniona, di una simpatia contagiosa. Un pò “Marta da legare”, come intitolò il suo marchio di abbigliamento, che mi propose un pomeriggio in quegli anni. Mi chiamò al telefono con quella sua voce inconfondibile, da eterna ragazza, dicendomi come se fossi stata la sua migliore amica: “Ciao sono Marta, vieni che devo mostrarti una cosa nuova che ho fatto”. Indimenticabile protagonista della vita mondana di Porto Rotondo e di Cortina d’Ampezzo, Marta era sempre stilosa, unica, dettava lei le tendenze. La moda non la subiva, la creava lei stessa.
Marta Vacondio era nata a Reggio Emilia, da genitori umili, sua madre era una mondina e suo padre un ferroviere. Sbarcò a Roma giovanissima, determinata a cambiare la sua vita. Alta, bionda, statuaria, si mise a fare la modella. La sua bellezza non passò inosservata, tanto che in poco tempo divenne una contessa, sposando il più piccolo della famiglia Marzotto. Dal matrimonio nacquero cinque figli – Paola (nata nel 1955, madre di Beatrice Borromeo e Carlo Borromeo, riconosciuti dal padre, Carlo Ferdinando Borromeo Arese Taverna), Annalisa (nata nel 1957 e venuta a mancare nel 1989, per fibrosi cistica), Vittorio Emanuele (nato nel 1960), Maria Diamante (nata nel 1963) e Matteo (nato nel 1966) – figli che però non le impedirono di essere ancora la protagonista di un’incredibile quantità di feste in tutti i posti più in. Poi la storia d’amore con Renato Guttuso mise fine al suo matrimonio, ma non alla sua celebrità. Lei continuò a sorridere piena di voglia di vivere, e a regnare da “Regina dei salotti”. Si trasferì da Roma a Milano scoprendosi impreditrice. E’ morta nel 2016 a 85 anni, lasciando un grande vuoto.
Ora, grazie a un guardaroba così scrupolosamente ordinato e insieme ingovernabile, la mostra racconterà il personaggio e il libro proverà a leggere una vita intera. Perché Marta Marzotto ha attraversato il secondo Novecento italiano facendo della moda non un ornamento, ma un metodo. L’eccesso, in lei, non era mai trasgressione, ma una grammatica. Il libro entra in quell’armadio e ci resta. Segue il caftano da Marrakech fino alle nevi di Cortina, dove finisce abbinato a un colbacco di pelliccia. Misura il peso di due bracciali d’oro sul polso di una donna che diceva “umile sempre, modesta mai. E arriva fino alle rappresentanti della Federcasalinghe che ballano in pedana davanti alla loro contessa in passerella. Perché la stessa donna che indossava Roberto Cavalli su misura, era capace di vendere i suoi maglioni in cachemire a centoventisettemila lire nei grandi magazzini, con la stessa identica idea di eleganza, portata dove non l’aspettava nessuno.
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