Le lucciole pasoliniane nella nuova campagna di Valentino

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La collezione Valentino Primavera-Estate 2026 “Fireflies” (Lucciole), ideata dal direttore creativo Alessandro Michele, esplora la caduta e la rinascita attraverso metafore luminose nel buio. Ispirata al concetto di resistenza e alle lucciole pasoliniane, la campagna presenta abiti ricamati, dettagli in oro e cristalli, e un’estetica che intreccia il passato della maison con visioni contemporanee. Concetto Chiave: Le “Lucciole” simboleggiano deboli luci di speranza e resistenza in un’epoca buia, trasformando la “caduta” in un momento di ridefinizione della bellezza e dei corpi.

Chiarito questo concetto ecco la lettera di Alessandro Michele che accompagna la campagna della collezione Fireflies:

“Ogni corpo conosce la caduta. Non come evento accidentale, ma come condizione originaria. L’equilibrio non è lo stato naturale dell’essere, ma una parentesi fragile all’interno del divenire delle cose. Cadere è ciò che accade quando il mondo smette di sostenerci nelle forme che conoscevamo. Basta poco: un cedimento, una perdita, una forza che eccede la nostra capacità di contenimento.
Questa campagna prende le mosse da qui, dalla consapevolezza di come la verticalità sia sempre provvisoria perché́ costantemente negoziata a partire dai supporti – fisici, simbolici, relazionali – che sorreggono la nostra esistenza. In questa cornice, la caduta rende visibile la strutturale dipendenza che ci contraddistingue, trasformandosi in un vettore politico capace di terremotare il mito dell’autosufficienza.
Non si resiste all’inciampo con la sola volontà individuale, ma con la grazia, l’accudimento e la cura di chi prova a sostenerci. È in questa postura che la presenza dell’altro si trasforma in una pratica concreta capace di accogliere la vulnerabilità senza negarla. Accudire non significa impedire la caduta, significa renderla abitabile. Significa offrire un appoggio quando l’equilibrio si è spezzato, condividere il peso invece di rimuoverlo, stare nel tempo dell’instabilità senza forzare una soluzione.
Gli scatti della campagna sembrano trattenersi sull’istante immediatamente precedente alla caduta: un tempo sospeso, privo di direzione, in cui l’eleganza si staglia all’interno di un edificio storico come una forma ancora integra, sul punto di incrinarsi. Nel video, invece, lo sguardo si sposta oltre quella soglia.
È qui che la caduta smette di essere attesa e diventa esperienza, rendendo visibile quell’ontologia della vulnerabilità che ci rende tutti partecipi di uno stesso destino.
Restare, afferrare, sorreggere mentre l’altro cade diventa allora il gesto decisivo. Accettare che nessun corpo si regga da solo e che la forma più radicale di eleganza non risieda nella solidità, ma nella disponibilità a farsi appoggio. La moda, in questo senso, non mette in scena la forza. Rende manifesta la responsabilità del peso: di ciò che grava, di ciò che va condiviso, di ciò che non può essere lasciato cadere altrove.
Non si tratta di estetizzare la fragilità, ma di assumerla come dato strutturale dell’esistenza, come punto di partenza per immaginare forme diverse di convivenza, di responsabilità e di relazione. Cadere, allora, non coincide con la fine del movimento, ma con l’apertura di un’altra postura in cui ogni pretesa di autosufficienza si rivela per ciò che è: una finzione culturale”.

(Riproduzione riservata)

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