Alessandro Michele ha presentato oggi a Parigi la sua seconda collezione di alta moda per la maison Valentino, che ha sfilato davanti a un parterre di star, tra cui Dakota Johnson, Lily Allen, Kirsten Dunst, a pochi giorni dalla morte del suo fondatore.
La sua collezione, intitolata “Specula mundi”, locuzione latina che si traduce letteralmente come “specchi del mondo” o “osservatori del mondo”, pone lo stilista su un gradino di ideale distacco. In passerella Michele manda infatti dee e archetipi femminili, figure che poco hanno a che vedere con le miserie terrene. Specula Mundi è spesso interpretata nel contesto medievale (riferendosi a testi come Omnis mundi creatura di Alano di Lilla) come la concezione che ogni creatura o aspetto della creazione agisce come uno specchio, che riflette la condizione umana, la morte o la verità divina.
Ma prima di presentare la collezione, il direttore creativo ha sentito l’esigenza di rendere ancora un omaggio al grande couturier scomparso lo scorso 19 gennaio, con una lettera che accompagna la nota stampa. Un estremo inchino ideale all’Ultimo Imperatore, un addio con epitaffio da parte di chi ha capito di aver ereditato un grande patrimonio di bellezza e di arte, da custodire e tramandare, restando all’altezza del compito.
“La notizia della morte di Valentino Garavani – scrive il designer – è arrivata a pochi giorni dallo show di haute couture, quando le note della press release erano già andate in stampa e il lavoro era entrato in una fase talmente avanzata da risultare irreversibile.
Sento tuttavia la responsabilità di una presa di parola, che nasce dal riconoscimento di un debito. Ciò che oggi stiamo facendo accade dentro una storia che ci precede, dentro una casa già abitata, carica di tracce e di gesti. È orientato da una presenza luminosa che ha scolpito uno spazio di visioni creative capaci di diventare riferimento e orizzonte per tutti quelli che lavorano nel mondo della moda. Lavorare all’interno di questo spazio significa accettarne il peso e la grazia. Significa riconoscere che ogni forma esiste solo nella relazione con ciò che l’ha resa possibile, e che ogni atto creativo è anche un atto di custodia. È in questa postura che l’eredità di Valentino Garavani si manifesta: non solo come un repertorio straordinario di immagini e di soluzioni formali, ma come un’etica del fare. Una pratica fondata sull’idea che creare significhi prendersi cura, che la bellezza sia attenzione radicale e paziente ai corpi, alle forme, al tempo che le attraversa e le custodisce.
Valentino è stato per me una figura mitologica, una presenza fondativa, un riferimento ineludibile che continua ad agire come origine e come misura. Un mito non appartiene al passato: inaugura un linguaggio, dischiude un mondo, rende abitabile uno spazio ricco di senso. La sua potenza sta nella capacità di oltrepassare la contingenza
del tempo storico senza consumarsi, di sottrarsi all’ordinario per farsi principio ordinatore. In Valentino, il mito ha trovato una forma concreta: un’idea di bellezza generativa, che continua a parlare nel presente, oltre l’avvicendarsi delle stagioni.
Essere chiamato a custodire temporaneamente questo suo lascito mi interpella profondamente. Entrare in una storia così grande, per il tempo che mi sarà dato, significa riconoscersi come parte di una continuità che precede e supera il singolo. Significa essere l’anello di una catena in cui ciò che viene trasmesso acquista valore proprio perché non è trattenuto, ma affidato ad un movimento che lo eccede. La temporaneità non indebolisce questo gesto di cura; al contrario, ne costituisce la condizione etica. È nel riconoscimento della propria provvisorietà che la cura evita di trasformarsi in appropriazione, consentendo a ciò che riceviamo in custodia di mantenersi vivo, disponibile a nuove interpretazioni, aperto a ulteriori possibilità di senso.
Questo gesto non inizia con me. Il mio pensiero va a chi mi ha preceduto, a Maria Grazia e a Pierpaolo, con una riconoscenza profonda per il lavoro prezioso che hanno svolto e che ha permesso a questo lascito di attraversare il tempo senza perdere la propria vitalità. Abbiamo sguardi, voci, linguaggi e sensibilità diverse. Ma condividiamo un medesimo orizzonte di responsabilità: siamo parte di una stessa genealogia della trasmissione, in cui ciascuno è chiamato ad accompagnare un’eredità senza chiuderla, permettendole di continuare a generare senso oltre il tempo di chi la attraversa.
Questa genealogia non riguarda soltanto chi, nel tempo, ha assunto la responsabilità della direzione creativa della maison. È più ampia, più profonda. È fatta delle persone che hanno accompagnato ogni giorno il lavoro di Valentino: première, sarte, artigiani, modellisti, ricamatori, designer, tessutai. Una comunità di figure spesso invisibili, capaci di trasmettere una sapienza sottile che attraversa il tempo. Ancora oggi, nelle loro mani vive una conoscenza che non si lascia archiviare. È qui che l’eredità di Valentino prende forma e si rinnova, non come memoria da conservare, ma come pratica viva capace di dare forma a sempre nuove promesse di bellezza. In questo momento di dolore mi stringo a questa comunità di creature straordinarie che hanno imparato da Valentino l’arte del rigore,
l’attenzione assoluta al dettaglio, il rispetto profondo per la singolarità dei corpi. Le ringrazio per la loro dedizione senza proclami e per la cura silenziosa con cui questa storia continua a essere abitata.
Infine, il mio pensiero va a Giancarlo Giammetti. Senza di lui questa storia non avrebbe potuto prendere la forma che conosciamo. La sua è stata una presenza decisiva nel riconoscere, proteggere e rendere possibile nel tempo la visione di Valentino, nel darle struttura e continuità. Se il mito di Valentino ha potuto definirsi e consolidarsi è anche grazie alla sua intelligenza, alla sua cura e alla capacità di trasformare un gesto creativo in un mondo condiviso. A lui va la mia riconoscenza, per aver contribuito a costruire non solo una maison, ma le condizioni perché quella bellezza potesse durare e trasmettersi. Oggi l’assenza di Valentino è reale, tangibile, apre un vuoto profondo, doloroso. Eppure la sua presenza continua a farsi sentire. Nei luoghi che ha abitato, nei gesti che ha insegnato, nel modo in cui il suo lavoro viene sapientemente trasmesso. È una presenza che continua a operare nel presente, incarnando un’idea alta di ciò che la moda può
essere quando sceglie la grazia, il rigore e la durata. La sua scomparsa non interrompe il movimento che ha innescato. Piuttosto ci chiede di essere all’altezza di ciò che resta. È dentro questo spazio che continuiamo a lavorare: non per colmare un’assenza, ma per custodirla. Perché è solo accettando quel vuoto, senza pensare di riempirlo, che l’eredità di Valentino può continuare a essere ciò che è sempre stata: un’idea di bellezza intesa come forma alta di responsabilità verso il tempo, i corpi e il mondo che ci è dato attraversare”.
La collezione. Alla fine del XIX secolo, nelle grandi città europee, comparve un dispositivo oggi quasi dimenticato ma decisivo per comprendere un certo regime storico dello sguardo: il Kaiserpanorama. Si tratta di una macchina ottica collettiva che prevedeva una struttura circolare in legno, punteggiata da piccoli fori oculari. Gli spettatori si disponevano tutt’intorno e, guardando attraverso quei visori, osservavano immagini stereoscopiche in movimento che scorrevano all’interno. Ognuno vedeva da solo, ma tutti vedevano nello stesso momento: un rito pubblico fondato sull’isolamento dello sguardo. Attraverso questo dispositivo era possibile accedere a immagini di città lontane, paesaggi esotici, monumenti, rovine, scene di vita quotidiana in luoghi irraggiungibili. Il mondo entrava così in una stanza. Era un modo di viaggiare, stando fermi. Ma il Kaiserpanorama non mostrava soltanto immagini: metteva in scena il meccanismo stesso della visione. In quel teatro di apparizioni effimere, ricorda Walter Benjamin, si esercitava una visione disciplinata, paziente, ipnotica, che preparava il terreno al cinema ma conservava, al tempo stesso, qualcosa di più arcaico: la contemplazione, la distanza, la sospensione. L’immagine non travolge ancora lo spettatore, lo educa.
Nel contesto dello show Specula Mundi, il Kaiserpanorama assume la forma di un altare contemporaneo: un luogo di concentrazione simbolica che istituisce una ritualità, orienta lo sguardo e ne regola l’accesso. Ciò che vi appare viene separato dall’uso comune, isolato, messo in evidenza, reso degno di contemplazione. Le campane che storicamente, nel Kaiserpanorama, segnavano il passaggio da un’immagine all’altra, qui diventano musica techno, trasformandosi in pulsazioni liturgiche che scandiscono il tempo dell’apparizione. E non è un caso che gli abiti emergano come deità, presenze arcaiche e assieme profondamente attuali che affiorano da uno scavo nell’immaginario hollywoodiano.
Il cinema, in questo dispositivo, non è evocato come tecnologia dell’immagine, ma come deposito mitologico, come fabbrica di icone, di corpi sublimati, di apparizioni destinate alla venerazione. Un archivio vivo e sempre operante di figure e gesti che continuano ad agire
nel divenire della storia. Ad Hollywood le divinità avevano posture, sguardi, silhouette riconoscibili.
Ecco quindi che davanti agli occhi dell’osservatore seduto dietro alla finestra del kaiserpanorama, in questo caso degli ospiti del fashion show costretti a guardare dai buchi delle strutture circolari, si sono materializzano tanti personaggi femminili e creature divine. L’intento della messa in scena è quello di educare alla fruizione più lenta, a una percezione che richiede tempi più lunghi, non quelli dei social e delle mode fast. I teatrali personaggi femminili costruiti da Alessandro Michele, indossano abiti fatti con tessuti laminati piegati in mille plissettature, oppure long dress rosso Valentino con maniche lunghe e spacco sulla gonna, un outfit perfetto per una principessa annoiata al party di corte. Portano cappe d’oro bordate di piume nere alla marchesa Casati; vesti in tessuto color platino piegato come un origami, per una vera imperatrice orientale, maxi gorgiere e bozzoli di piume che coprono anche i capelli. Una modella sembra un personaggio di un film erotico, lasciva e bendata, ricorda tanto Nicole Kidman in “Eyes wide shut”, indossa una vestaglia a fiori bordata di piume e una sexy guepiere. La dea della bellezza si mostra con un peplo plissettato color azzurro metallico. Il resto sono fiocchi giganti, copricapo come corone, piume, guanti di pelle rossi, ricami densi come i colori, saturi, violenti, mentre tra i capelli si depositano anche romantici fiori.
(Riproduzione riservata)

