La sfilata della nuova collezione di pret à porter per l’Autunno/Inverno 2026/27 di Valentino che si è tenuta a Roma, a Palazzo Barberini, era intitolata “Interferenze” e ha messo in luce tutte le anime che convivono nel suo direttore creativo, Alessandro Michele. Un designer dal curriculum importante, che lo ha visto diventare uno dei protagonisti della moda internazionale quando era al timone di Gucci, e che ora lo vede dirigere una delle maison italiane più iconiche e sinonimo di eleganza, quella fondata da Valentino Garavani, “L’ultimo Imperatore” della moda, ma soprattutto l’ultimo vero cultore della bellezza in tutte le sue forme.
“Io stesso sono un’interferenza” spiegava il designer ieri sera alla stampa, al termine del suo fashion show, a cui hanno assistito Gwyneth Paltrow, arrivata al braccio di Giancarlo Giammetti vestita con un abito corto verde prato, Ghali che sembrava un pò spaesato, seduto accanto alla deliziosa Bianca Balti, in giacca rosa cipria di Valentino. Tra gli altri ospiti anche Chiara Ferragni in nude look nero tutto di pizzo.
Per spiegare il totale cambio di marcia, che ha stravolto completamente lo stile della maison, Alessandro Michele ha scritto quattro pagine di press realise su Palazzo Barberini, e non una riga sui suoi abiti, che hanno espresso a pieno quali conflitti interiori devono averlo lacerato per arrivare al risultato di totale cambiamento di stile che abbiamo visto.
Da quanto si evince dalla lunga e dotta riflessione sul palazzo barocco, la cui costruzione ha richiesto l’intervento di più artisti e di vari stili, il designer, paragonando l’architettura alla moda, si deve essere chiesto: “Rileggo i classici d’archivio o passo al nuovo, cioè a quello che voglio fare io che non è mai scontato, perché sono imprevedibile per natura? Metto ancora gli iconici fiocchi di Valentino oppure mi diverto con la lavorazione del plissé che ho scoperto mi piace tantissimo”? Faccio ancora il rosso Valentino o lascio che sia un omaggio al fondatore con l’abito finale della collezione?.
Se la proprietà della Valentino, dove tra l’altro da qualche anno è entrato il Gruppo Kering con l’acquisizione del 30% delle quote, ha deciso di voltare pagina, e ha di fatto mandato via il bravo Pierpaolo Piccioli, che comunque aveva portato con eleganza la maison nella modernità, quale ragione c’era se non quella di aumentare i profitti? Non a caso è stato scelto proprio Alessandro Michele, ex Gucci, per sostituire il couturier che ora dirige Balenciaga. Alessandro Michele è stato infatti colui che da Gucci, dopo un periodo negativo, seguito all‘addio del ceo Domenico De Sole e dello stilista texano Tom Ford, che insieme aveva riportato i fatturati di Gucci a livelli stellari, con la sua moda controcorrente aveva triplicato i profitti. Certo, Alessandro Michele è lo stilista che ha aperto la moda all’inclusione in passerella, alla fluidità, al no gender. Il suo stile può piacere e può non piacere, ma ha un grande seguito di giovani che lo adorano. A questo punto è inutile descrivervi gli abiti che hanno sfilato nelle sale del Palazzo museale su un finto prato di moquette. Li potrete vedere nella gallery dell’articolo.
“Palazzo Barberini non è un’architettura pacificata – scrive infatti lo stilista sulla press realise rendendo esplicita la metafora tra Palazzo Barberini lui e la maison Valentino- ma un CAMPO DI CONFLITTO in cui più dispositivi concorrono a mettere in discussione la PRETESA di STABILITA’ DELLA FORMA. L’edificio non cerca una sintesi tra ORDINE E MOVIMENTO: espone la loro COESISTENZA FORZATA, la LORO FRIZIONE PERMANENTE, le INTERFERENZE che si generano nel loro sovrapporsi. In questo senso, il palazzo può essere letto, in chiave NIETZSCHIANA, come il luogo di una TENSIONE IRRISOLTA irrisolta tra un principio APOLLINEO scandito da misura, chiarezza e gerarchia, e un impulso DIONISIACO fatto di ebbrezza, slittamento e perdita dei confini”. “Ma io sono storto, un pò come Roma – rivela lo stilista – nata dritta e poi diventata col tempo meravigliosamente storta”. Quindi ecco il trionfo dell’imperfezione in passerella. La dissonanza che diventa bellezza. Il pasticcio di stili, anni Settanta, Ottanta, Novanta. Gli occhiali come bende che coprono mezza faccia. La sfacciata nudità dei corpi femminili. Tutto il resto è moda.
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